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| The Beach |
| la Repubblica (2/26/2000) Irene Bignardi Mentre veniva accolto con perplessità alla Berlinale, da cui ne abbiamo riferito, The Beach, che viene presentato oggi in Italia, è uscito anche in Francia, in Usa, in Inghilterra; e ovunque è stato accolto dalle stesse riserve (o quantomeno dallo stesso non entusiasmo) e da titoloni unanimemente delusi. Ma perché illudersi? L'operazione The Beach, che mescola un romanzo di breve culto (l'autore è Alex Garland, il libro è del 1997 e non ha granché circolato fuori dai paesi di lingua inglese), un terzetto creativo più brillante che interessante (il sopravvalutato gruppo di Trainspotting, composto dal regista Danny Boyle, dal produttore Andrew Macdonald e da John Hodge sceneggiatore), e un attore che è un'icona generazionale, non prometteva molto più di quello che il film dà: un Cuore di tenebra per ventenni su uno sfondo da Club Med. O (come sostiene con un'angolatura appena diversa David Ansen di Newsweek) un incrocio tra Laguna blu e Il signore delle mosche. O (come elencano altri critici e giornalisti in giro per il mondo, e sarebbe divertente vedere come gli stereotipi del film abbiano eccitato il gusto dei richiami letterari e chi batta chi ai punti), Il cacciatore in versione turistica. O, come sostiene provocatorio Time Out, un Conrad "migliorato" dal ritmo, dalla fotografia (bellissima) di Darius Khondji, da un folto gruppetto di attori giovani e belli - dal divino Leo a Virginie Ledoyen, da Robert Carlyle a Tilda Swinton, vittima del personaggio più grottesco del film, la leader carismatica della piccola comunità che gode i piaceri della vita naturale in un nascosto paradiso thailandese. Ma sono tutti d'accordo nel dire - almeno questo - che anche se non riesce a fare di The Beach un bel film, il giovane Di Caprio, qui al suo primo ruolo da protagonista dopo il devastante successo di Titanic, è bravo, è bravissimo, si spende, si dà. E se non giustifica il biglietto (l'autorevole New Yorker propone ai lettori di rileggere piuttosto Il signore delle mosche, che per citazioni sta in pole position), la sua bravura corrobora la leggenda Di Caprio, che, a seconda degli umori, lo etichetta come nuovo Brando (per chi lo immagina in crescita) o nuovo James Dean (per chi pensa che non crescerà tanto, e resterà legato alla sua immagine adolescenziale). Ma in questo polpettone avventuroso in confezione patinata c'è almeno un'idea forte e interessante. Quella del falsato rapporto con la realtà, l'avventura, il pericolo, di una generazione cresciuta sui videogiochi, la realtà virtuale, gli emozionanti ma teorici rischi elettronici - che fanno scorrere adrenalina ma non fanno pagare danno. The Beach, peccato, la propone e la dimentica. Proponiamo un sequel. |
| Corriere della Sera (2/13/2000) Tullio Kezich BERLINO - Marlene Dietrich Platz trabocca di fans per il ritorno di Leonardo Di Caprio, che dopo lunga assenza dagli schermi presenta un film al Festival: scatenate all'assalto dell'ospite le ragazze (il «Berliner Zeitung» ha offerto mille marchi alla prima che riuscirà a baciare il divo), pronti a distruggerne il mito gli aristarchi di turno. Tuttavia in «The Beach», accolto salomonicamente fra applausi e sporadici «buh», Leo si conferma il bravo attore di sempre, ormai più uomo fatto e meno ragazzo, preoccupato di staccarsi dall'immagine del Principe Azzurro. Il filo conduttore del romanzo di Alex Garland (Bompiani), nell'effervescente regia del Danny Boyle di «Trainspotting» arricchita dalla fotografia di Darius Khondhji, diventa l'elegia dei tempi in cui i giovani si mettevano in viaggio cercando il loro bene nell'altrove. E infatti ecco l'americano Richard per le vie di Bangkok disponibile alle sfide dell'ignoto, come bere un bicchiere di sangue di serpente, e alle prese con una specie di pazzo (Robert Carlyle) che prima di tagliarsi le vene gli affida la mappa di un'isola misteriosa. In compagnia di una coppia di giovani francesi (lei è Virginie Ledoyen), Richard affronta l'avventuroso viaggio implicante una nuotata in un braccio di mare frequentato dagli squali. Incredibile, l'isola c'è davvero, divisa in due zone: da una parte una piantagione di marijuana sorvegliata da armigeri della droga, dall'altra una bizzarra comunità di espatriati che in gran segreto vi ha piantato le tende da sei anni. Il protagonista riesce a farsi accogliere tra i seguaci della risoluta Sal (Tilda Swinton), ma l'incanto di quel paradiso terrestre (in realtà è Maya Bay, sull'isola Phi Phi Leh, parco nazionale della Thailandia) viene turbato da piccoli incidenti di sesso e gelosia, dalle incursioni degli squali assassini e dall'arrivo di alcuni balordi che il giovane ha messo ingenuamente sulle proprie tracce. La situazione precipita al punto che la comunità è costretta dagli sgherri a lasciare l'isola su una sorta di zattera della Medusa; e a Richard resterà l'ineffabile retrogusto di aver vissuto una favola. Come dire che la felicità non è un bene durevole, ma ci si può illudere di averla sfiorata e conservarne la nostalgia. Il film ha una gentilezza di fondo che svapora un po' nell'inconsistenza narrativa, mentre i caratteri non fanno in tempo a evidenziarsi e i loro conflitti interessano poco. Però il carismatico Leo vive la sua esperienza generazionale con una convinzione che per lui è un'eredità di famiglia. «The Beach» si può infatti leggere come un omaggio del divo a suo padre George, che nelle foto in cui è insieme al figlio figura ancora come un autentico hippie. |
| Film TV (2/29/2000) Emanuela Martini Attacco nervoso, e subito immagini di Bangkok che rimandano alla confusione post-evacuazione del "Cacciatore". A rincarare la dose, una partecipazione speciale di Robert Carlyle rapato e ammattito, che pare un "piccolo Kurtz". "Apocalypse" occhieggia nelle prime sequenze di "The Beach", il film "di viaggio" alla ricerca di se stessi o di fittizi paradisi, tratto da "L'ultima spiaggia" di Alex Garland, interpretato da Leonardo realizzato dal trio sceneggiatore- produttore-regista di "Trainspotting". Ma questa volta, John Hodge, Andrew Macdonald e Danny Boyle sono naufragati in uno scorcio da cartolina che pare uscito dritto da "Laguna blu", dove vive apparentemente in pace una comunità hippy, dotata, nonostante l'isolamento, di un guardaroba sterminato, molto chic e stiratissimo. Persino Zalman King stropiccia un po' di più i suoi personaggi. E non aiuta molto l'inevitabile inferno che, prima della fine, incrina il paradiso, confuso com'è tra "Il signore delle mosche" e, di nuovo, l'orrore kurtziano. DiCaprio lotta con uno squalo, porta i pantaloni sempre pericolosamente bassi all'inguine, fa molte facce. Forse, non sa bene nemmeno lui di cosa si tratta. Effetto complessivo: depliant turistico New Age. |
| Ciak (3/1/2000) Piera Detassis Non è tutto da buttare questo prodottone, incerto tra New Age e pubblicità Club Med. Non tutto. Ma certo tutto é squilibrato, fuori tono e le giunture del film scricchiolano, non si incastrano. Danny Boyle, l'autore freddo dl Piccoli omicidi tra amici e Trainspotting ha perso per strada persino il virtuosismo - che in genere rimane - non parliamo del gusto sadomaso per la scrittura filmica tagliuzzante e feroce. Parte bene The Beach, con la descrizione dell'afa malata dl Bangkok e l'irruzione nel mondo turistico di DiCaprio di un devastato Robert Carlyle versione incubo. Di là dal mare c'è "la spiaggia", l'Utopia ricreata da una comunità di transfughi dal consumismo per accedere alla quale bisogna superare la violenza dei coltivatori di marijuana e un salto terrificante dentro la cascata. Impavido, Leo ci va con due amici francesi. Costruito attorno al mito della superstar dl Titanic e governato dal marketing teen fino allo spasimo, il film - vietandosi la libertà di inquietare - diventa un pasticcio di aneliti di libertà e anarchia, hippies vestiti da Kenzo e very improbabili, amori che non durano (e nemmeno si raccontano: la morosa di Leo, Virginie Ledoyen sparisce nel nulla) e acerbe disillusioni. Insomma, tutto quel che dovrebbe piacere ai ragazzi, compresa l'ardita trasformazione di DiCaprio in videogame (momento riuscito, ma buttato via ). Su tutto aleggia una fastidiosa certezza dl insincerità e la metamorfosi di DiCaprio in demonio della giungla versione Apocalypse Now francamente non é un esempio di sostenibile leggerezza. In tutto questo, Leo resta il bravo attore che era anche prima di Titanic. Ma l'età é ingrata, il viso d'angelo ha meno luce anche se i pettorali hanno preso slancio. Dategli il tempo di maturare e sarà un bellissimo uomo e un grande attore. |
| Il Resto del Carlino (3/2/2000) Alfredo Boccioletti «Viaggiate sicuri con Lsd Airlines», scrisse trent'anni fa, su un muro, un ragazzo italiano di ritorno dai paradisi orientali della droga. Non è da tutti unire la provocazione all'autoironia: il "viaggiatore" Leonardo DiCaprio, salito sull'airbus della ditta Trainspotting, sembra sul punto di farlo in una delle sequenze iniziali di The Beach, quando ingurgita sangue di serpente per distinguersi dagli altri turisti americani di Bangkok. È solo un'illusione. Bravo e ambizioso, ma non a sufficienza da correggere l'immagine divistica proiettata da Titanic, DiCaprio si lascia piano piano centrifugare dalla imballatissima macchina narrativa di Danny Boyle, regista inglese che deve ancora dar prova di saper governare qualcosa di diverso da un'opera-rock. L'avventura di Richard-Leonardo, il giovane che ama Conrad, Cimino, Peter Pan, i videogame e le "canne", e che finisce per contaminare la sua isola-che-non-c'è, dovrebbe far l'effetto di un fungo thailandese. E, invece, si beve come una camomilla. (...) Il film non sprofonda però nel pessimismo del libro di Alex Garland. Dopo aver disegnato personaggi fragili e averli circondati di pomposità letterarie, allegorie e citazioni sparse (dal Signore delle mosche a Cuore di tenebra), The Beach trova un approdo semiconsolatorio nel videogame in cui Leonardo DiCaprio torna a essere divo e padrone. Le sue fan non daranno retta. Sarebbe comunque meglio, per loro, se rivedessero Titanic per la cinquantesima volta. |
| il Giornale (2/29/2000) Maurizio Cabona È un bel film The Beach («La spiaggia») di Danny Boyle, angloamericano per produzione, inglese per gusto, cioè non pensato - a partire dal romanzo L'ultima spiaggia di Alex Garland (Bompiani) - per il gusto di massa e dove Di Caprio si mette alla prova come attore, misurandosi con un personaggio imperfetto. In The Beach è bello, mentre in Titanic era bello, buono e soprattutto illuso, proprio come lo vorrebbero le ragazzine di ogni età. Qui invece è un giovane problematico. (...) The Beach appartiene al filone che va da Orizzonte perduto al Signore delle mosche, passando per Un tranquillo weekend di paura. Anche qui, capitare per caso o comunque trovare un'Arcadia significa scivolare nell'incubo, dove il buon selvaggio si rivela peggiore del cattivo civilizzato. Proprio un inglese, Hobbes, aveva ammonito che chi rinuncia allo stato di cultura per quello di natura, finisce nella condizione dell'homo homini lupus. Boyle (Piccoli omicidi tra amici, Trainspotting), maestro nel cogliere la meschinità simulata dietro il cameratismo giovanile, fa strame non più di yuppies o drogati, ma di hippies: così tolleranti sulle infedeltà sessuali e così attenti al rango nella loro "equalitaria" comunità. |
| l'Unità (2/26/2000) Michele Anselmi Anche sottratto all'agone festivaliero che incrudelisce i giudizi, The Beach resta una discreta delusione, e viene da chiedersi che cosa abbia spinto Leonardo DiCaprio a investire il suo carisma d'attore, moltiplicato dall'effetto Titanic, su questa ballata esotica che insegue la metafora ma finisce col sembrare Laguna Blu. E sì che il romanzo di Alex Garland è tutt'altro che brutto. Probabilmente nel portarlo sullo schermo Danny Boyle (Trainspotting) ha dovuto rinunciare a qualcosa del progetto iniziale, oppure gli è semplicemente venuto male: spesso ridicolo nelle allusioni alla natura oscura dell'uomo, goffo nelle citazioni di Apocalypse Now e di Addio al re, artificioso nel proporsi come un romanzo di formazione a sfondo «fricchettone». «Il desiderio è desiderio. Il sole non lo scalzerà, la marea non se lo porterà via»-, sentenzia il giovane turista americano DiCaprio, arrivato a Bangkok in cerca d'avventura. (...) Avrete capito che la spiaggia del titolo - paradisiaca, bianchissima, incontaminata - è il sogno inafferrabile, l'utopia di vita destinata a infrangersi nel rapporto con le umane miserie: e sarà proprio l'americano «turista per caso» a sconvolgere la vita sull'isola, prima rubando al fidanzato la francesina Virginie Ledoyen, poi facendosi stropicciare dalla ruvida «capa-comunità» Tilda Swinton e infine provocando l'arrivo di altri quattro giovinastri cretini. Fotografia smaltata dell'Oscarizzato Darius Khondji, musiche sontuose di Angelo Badalamenti, panorami stupendi ritagliati a Phi Phi Islands: The Beach parte maluccio, migliora nel viaggio verso l'isola e tracolla nel finale, con DiCaprio «cuore di tenebra» che si sente un po' Rambo un po' De Niro nel Cacciatore. Si vede che la giovane star crede al progetto, si impegna, producendosi in una notevole prova psico-fisica. Ma è difficile credere all'impianto ideologico del film, sicché si esce dal cinema con la sensazione di aver assistito a una mezza bufala, non proprio come The Blair Witch Project ma quasi... |
| Sette (3/9/2000) Claudio Carabba Non era facile scegliere il film giusto dopo Titanic, Leonardo DiCaprio lo sapeva bene. Così per un anno ha scartato copioni, aspettando. Ma alla fine ha sbagliato sceneggiatura. Cronaca di un avventuroso viaggio, da Bangkok e ritorno, alla ricerca dell'amore e della felicità, The Beach è un film non privo di spunti interessanti, ma pasticciato. In cabina di regia Danny Boyle tenta di mescolare materiali di diverso tipo (il romanzo ispiratore di Alex Garland, i sogni stanchi dei figli dei figli dei fiori, il Vietnam di Apocalypse Now e i videogiochi) e fatalmente affonda fra squali voraci e sabbie bianche. Anche perché lontano da Edimburgo (Trainspotting) non sembra più lui. Nonostante qualche smorfia eccessiva, DiCaprio resta comunque una presenza potente. Vale la pena di aspettarlo al prossimo appuntamento, «bravo ragazzo» con la pistola nella New York immaginaria di Martin Scorsese. |
| Duel (3/30/2000) Giancarlo Zappoli Nel corso della conferenza stampa al Festival di Berlino Leo DiCaprio ha dichiarato di aver deciso di recitare in The Beach perché appartiene a una generazione che vive ormai di emozioni mediate ma vorrebbe sperimentarne di reali. Sembra avere in mente il percorso esattamente inverso rispetto a quello praticato da Danny Boyle che dopo il dirompente Trainspotting e il non entusiasmante Una vita esagerata finisce in secca sulla spiaggia di un film la cui morale astutamente regressiva non può che lasciare perplessi. The Beach è la mercificazione di un sogno che ha, quasi per assurdo, il proprio punto di forza nel protagonista che dà il contributo principale alla commercializzazione dell'equivoco. Perché se non ci fosse DiCaprio, con la sua progressiva maturazione di attore capace di svariare su più registri, il gioco si farebbe decisamente più scoperto. Il pubblico più giovane, cui il film si rivolge, comprenderebbe l'ambiguità della morale finale su Internet che finisce con il costituire il vero liquido amniotico (in un film in cui l'acqua più o meno simbolizzata abbonda) nel quale sentirsi protetti da una realtà troppo difficile da controllare. Di fatto Richard, il protagonista, è lì che trova rifugio dopo essersi messo a nudo in modo sempre più brutale. Quanta distanza dal finale di Trainspotting con l'amara constatazione di un'alienazione comunque in agguato. Boyle è convinto di salvarsi dietro uno schermo fatto di citazioni cinefile che non si traducono mai in film. Mostrare un frammento di Apocalypse Now, trasformare Kurtz in donna, citare Il signore delle mosche, ironizzare su Lo squalo e Jurassic Park, sostituire il mare d'erba di La sottile linea rossa con un analogo "mare" di marijuana far mettere a Leo la fascia del Cacciatore e via elencando si manifesta da subito come un giochino sterile che non porta da nessuna parte. Così come le accelerazioni improvvise della macchina da presa la cui presenza viene periodicamente "dichiarata" o gli stacchi sulla terra vista dall'alto. Sembra quasi che Boyle sia timoroso di scontentare una produzione che gli ha messo a disposizione un cast euroamericano che trova la propria definizione più precisa in quella specie di Club Mediterranee multietnico (osservate le fanciulle, non ce n'è una cellulitica) che non riesce a fondere le "culture" in una Cultura della vera Utopia. Non c'è spazio per crescere in questa isolachenonc'é in cui si muove il Peter Pan mediatico di fine/inizio millennio. Solo la follia e il sangue accompagnano una liberazione impossibile di corpi che mentre cercano la libertà trovano una costrizione troppo meccanicamente programmatica per convincere. Non esistono doppie mappe per la fuga e chi pensa di poterle offrire ad altri rimane prigioniero del proprio altruismo. Si porta dietro la traccia indelebile del sangue prezzo di un olocausto da porre sull'altare di una superficialità che si è fatta gabbia dalle sbarre invisibili. Il problema di The Beach sta proprio qui, nella superficialità di una scrittura incapace di andare a scavare nel materiale offerto dal libro di Alex Garland. Boyle, nel momento in cui in una sequenza cita l'estetica del video-game sembra non accorgersi di averne assorbito la logica. Come il suo protagonista che acquisisce punti superando ostacoli, così il film procede per "livelli" che non sono mai di coscienza ma hanno l'unico scopo di accumulare punti al box office. Game over Boyle? |