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| Austin Powers La spia che ci provava |
| Corriere della Sera (9/25/1999) Maurizio Porro Abbattuto il muro del suono del cattivo gusto e della goliardia, altro che il Goldginger di Franchi e Ingrassia e il James Tont di Buzzanca. In "Austin Powers la spia che ci provava" ("The spy who shagged me"), di Jay Roach, parodia dei primi 007, c'è il trionfo del demenziale associato alla volgarità coatta, portati con una macchina del tempo nella swingin' London della fine degli anni Sessanta. Mike Myers, miracolato dal successo home video della prima puntata, torna a fare l'agente segreto per recuperare il siero della virilità e si triplica in una mostruosa spia massa di lardo e nel dottor Male, parlantina vezzosa, a sua volta clonato in un "mini me". Tutto è lecito in questo lungo sketch di avanspettacolo che in alcuni momenti, nella prima parte, fa anche sorridere, confessiamolo: c'è perfino un riferimento chapliniano al "Dittatore", che il dio del cinema lo perdoni. Ma procedendo, senza ordine, mentre s'innalza il missile a forma di pene e si sfrutta la dialettica delle zone erogene, il film denuncia la sua carenza strutturale e satirica, non riesce a fare della sconcezza una cifra stilistica, mentre l'occhialuto Myers si circonda di maggiorate come facevano Macario o Dapporto nelle riviste. Nella tana del lupo, con tutti i comfort tecnologici, Robert Wagner ringiovanisce in Rob Lowe, due scongelati. Riferimenti precisi al primo James Bond, con Heather Graham ("Boogie nights") in bikini tipo Andress e una virago tipo la Lotte Lenya di "Dalla Russia con amore". Un oggetto pop, definibile solo sul piano sociologico, con apparizioni complici di Costello e Bacharach, Harrelson e Tim Robbins, presidente USA. E dopo i Sessanta?: "Gli anni Settanta e Ottanta? C'è stato solo il calo della benzina, la Thatcher e lo Spandau Ballet". Attenzione, per chi non fosse ancora sazio, ai titoli di coda. |
| la Repubblica (9/26/1999) Roberto Nepoti È paradossale. Il sottotitolo americano di Austin Powers, che tradotto alla lettera suonerebbe "La spia che mi fotteva", è diventato da noi l'eufemistico "La spia che ci provava"; ma nello stesso tempo, complici Elio e le Storie Tese e Massimo Lopez, il doppiaggio italiano ha ispessito le volgarità e le già fittissime allussioni sessual-fecali dell'originale. Il catalogo è questo: missili spaziali a forma di pene, Viagra liquido chiamato "mai più moscio" (mojo nell'originale), agenti segrete con nomi come Felicity Ladà e Ilona Pompilova (qui neanche l'originale ci andava leggero), peti e cacca liquida bevuta al posto del caffè. Cuce il tutto una storiella dove si racconta la lotta tra Austin Powers (Mike Myers), grottesco 007 sessualmente iperdotato, e il perfido Dr. Male (ancora Myers): il secondo minaccia di distruggere Washington con un enorme laser; l'altro glielo deve impedire, viaggiando tra il 1999 e la swinging London Anni 60, che per Myers (anche sceneggiatore) rappresenta l'età dell'oro. Tra un "fallico!" - esclamazione prediletta dal protagonista - e l'altro, passano sullo schermo nani clonati, attori- cloni in arrivo da generazioni diverse (Robert Wagner e Rob Lowe), bellone come Heather Graham e Elizabeth Hurley, guest star assortite (Tim Robbins, Woody Harrelson, Burt Bacharach e Elvis Costello), intermezzi musicali e una quantità industriale di riferimenti al cinema: da James Bond ovviamente, di cui Austin Powers è la tardiva parodia, agli inevitabili Hitchcock e Star Wars, concedendosi persino un passaggio per il Chaplin del Grande Dittatore quando il Dr. Male gioca col mappamondo. La consistenza è quella di un cartoon, però privo di ritmo e di ogni più vaga percezione dei tempi comici: a volte penosamente dilatati nella regia di Jay Roach e, comunque, schiacciati sotto il cumulo di doppi-sensi e parolacce. Ma si può poi parlare di regia? In realtà Austin Powers è un non-film, un puzzle di pezzi sparsi che mirano alla risata usa-e-getta senza passare attraverso la costruzione della gag. Probabilmente rammaricarsene è inutile. Non siamo in regime di risparmio di pensiero? E se i non-libri scalano la classifica delle vendite, perché ai non-film dovrebbe andare diversamente? Qui si starà a vedere, ma negli States il non-film dell'agente segreto deficiente ha insidiato, nelle classifiche settimanali, la supercorazzata Episodio I-La minaccia fantasma. |
| La Stampa (9/25/1999) Lietta Tornabuoni Nella versione italiana di "Austin Powers la spia che ci provava" di Jay Roach, una bella spia russa bruna e precace si chiama Ivona Pompilova mentre la bella spia americana bionda e vorace si chiama Felicity Ladà. Il pene del protagonista viene definito speranzosamente "il mai più moscio". Il figlio dello scienziato pazzo chiama affettuosamente il padre "papàpirla". Il protagonista gioca a scacchi con una ragazza che gli domanda allusiva: "Vuoi vedere la mia apertura?". Il complimento entusiasta per un'altra ragazza suona "E' scopadelica! ", l'euforia si esprime con: "Ma è fallico, bimba!". Il Laser che deve distruggere la Terra ha la forma d'un immenso pene completo di testicoli. Al protagonista, che ha il petto coperto d'una falsa pelliccia che finge la villosità virile, capita di bere cacca liquida ("Sa di noccioline"). Se stanno al mare, lui e la ragazza portano il bikini bianco di Ursula Andress uscente dalle onde in "Agente 007 licenza di uccidere" e dalle acque emerge uno Yellow Submarine. La seconda avventura di Austin Powers, spia sessuomane, parodia di James Bond, ha avuto un grande successo nell'estate americana: è volgarissima e insieme sofisticata, divertente e sboccata, interpretata dal comico di Toronto Mike Myers in tutti e tre i ruoli principali, prodotta anche da Demi Moore. Comicità demenziale: lo scienziato pazzo Dottor Male (sempre accompagnato da un proprio amato clone nano, piccolo se stesso trattato meglio d'un gatto o d'un figlio) ha rubato al protagonista la sua energia sessuale e intende, naturalmente, distruggere il mondo. Il tentativo di Austin Powers di recuperare il maltolto e di sventare i piani del diabolico nemico lo costringe a fare su e giù tra Anni Sessanta e Anni Novanta: questo permette alla parodia di esercitarsi sui balletti acquatici di Esther Williams (mescolati al nuoto sincronizzato), sui talk show, sulla guerra fredda, sul mito dei fotografi e sulla moda pop, sul costume dei Sessanta, sui cinefiloni degli scienziati pazzi, delle Macchine del Tempo, del pericolo atomico, dei servizi segreti inglesi. La colonna sonora è molto bella: piuttosto raffinato il numero in cui Elvis Costello e Burt Bacharach cantano insieme (come nel recento concerto in coppia) "Never Fall in Love Again". Apparizioni di Willie Nelson, di Woody Harrelson, di Tim Robbins come presidente degli Stati Uniti. |
| l'Unità (9/26/1999) Michele Anselmi Se Franco & Ciccio erano «le spie che vennero dal semifreddo», Mike Myers, il nuovo campione d'incassi, è «la spia che ci provava». Nei panni dello sbrindellato agente speciale Austin Powers, già calzati in un precedente film passato pressoché inosservato in Italia, il comico canadese scoperto dal Saturday Night Live ha infatti dato del filo da torcere addirittura a Guerre stellari, totalizzando sul solo mercato nordamericano qualcosa come 200 milioni di dollari. Sicché la Medusa, accaparrandosi questo secondo episodio, ha investito molto sul «fenomeno», coinvolgendo Elio e le Storie Tese nell'adattamento dei dialoghi e Massimo Lopez nel doppiaggio. Il risultato è così, così, non tanto per la goliardica volgarità dell'insieme, quanto perché - come spesso capita nelle parodie demenziali di successo - le trovate più sofisticate si perdono nell'ammucchiata delle citazioni. Un punto a favore, ad esempio, è l'idea di resuscitare la gloriosa canzone American Woman dei Guess Who per introdurre il personaggio della bionda e sensuale agente Felicity Shagwell, che nella traduzione diventa Felicity Ladà (ovviamente non manca una vorace spia russa ribattezzata Ivana Pompilova mentre un'altra Powers-girl si chiama Mary Lou L'ingoio). Nel triplice ruolo di Austin Powers, del Dottor Male (variazione del bondiano Dr. No con tanto di gattino spelacchiato) e dell'obeso Ciccio Bastardo, Myers pigia il pedale di una comicità infantile e sboccata che ci riporta - giocando su due piani temporali - sul finire degli anni Sessanta, in una swingin' London colorata e optical che è la cosa più divertente del film. Tra citazioni dai musical acquatici di Esther Williams e siparietti con Elvis Costello & Burt Bacharach che cantano in coppia per strada Never fall in love again, il film racconta il complotto ai danni del Mondo orchestrato dal Dottor Male e dal suo clone nano, ancora più cattivo, Mini-Me. Privato della sua esuberante energia sessuale (racchiusa in un mojo che in italiano diventa «Mai più moscio»), il maldestro Austin Powers è costretto a muoversi nel tempo tra il 1969 e il 1999, inseguito da poppute fanciulle e da killer più scemi di lui: finale aperto, in attesa di un terzo episodio che arriverà sugli schermi appena possibile. Petto villoso come lo Sean Connery degli inizi, abiti dai colori sgargianti alla Beatles, dentoni da Jerry Lewis, Mike Myers non si nega niente: dice «fallico» al posto di «figo», definisce Felicity «scopadelica», trangugia per errore cacca liquida e nella scena più spassosa (un impertinente gioco di ombre cinesi) finge che dal suo sedere escano attrezzi d'ogni genere. E possibile che, nonostante il denso linguaggio scatologico, il film non replichi in Italia il successo americano, anche perché molti riferimenti satirici si perdono nel nulla; ma a tratti il film, diretto da Jay Roach, sfodera una fantasiosa/nostalgica dimensione surreale che potrebbe piacere a un un certo pubblico ultraquarantenne. Non sarà un caso che il cantante country Willie Nelson e gli attori Woody Harrelson e Tim Robbins abbiano accettato di comparire in partecipazione speciale, mentre la stuzzicante Heathet Graham, per la gioia dei fans di 007, esce dal mare con lo stesso costume bianco che appartenne alla Ursula Andress di Licenza d'uccidere. |
| Il Resto del Carlino (9/26/1999) Mike Myers, attore e autore comico britannico, al secondo film non cambia d'una virgola il personaggio che gli ha procurato improvvisa celebrità: Austin Powers, balordissima spia, è ancora il satiro che satireggia gli anni Sessanta, i Bond-movie, Carnaby Street, la liberazione sessuale, facendo esplodere il tutto in un trionfo di buffoneria pop. L'idea è geniale, e il fatto che Myers guardi alla confusa mitologia di quegli anni con la sua dose di nostalgia produce momenti di pura delizia. Come gli inverosimili vestitini di tricot di Heather Graham, bionda Austin girl, o come il momento che vale il film in cui irrompono i veri Elvis Costello e Burt Bacharach e dedicano una performance di I'Il never fall in love again ad Austin e alla spia che lo amava. Ottima l'idea, precisa la rilettura comica di un'epoca : fatta di colori e di grafiche deliranti, ma dire che Austin Powers: la spia che ci provava sia un buon film è ugualmente dura. Myers getta una sfida continua alle soglie tollerabili della volgarità e del camp: tra gag scatologiche e doppi sensi visivi va a produrre momenti davvero terrificanti (il peggio del peggio, comunque, resta l’inverecondo ciccione che arriva dritto dai Monty Python). E il Myers attore? Si sdoppia con virtuosismo tra Austin e il Dottor Male. Sul tema del doppio, d'altra parte, coscientemente s'impasticcia tutto il film, dove ad un certo punto l'Austin di adesso incontra l'Austin di dieci minuti fa, trovandolo ovviamente irresistibile. Entrambi vogliono portare la bella Felicity-La-dà (responsabili della versione italiana di nomi e dialoghi sono Elio e le Storie Tese) direttamente negli anni '90, perché «tanto, saltando i '70 e gli '80, non ti perdi niente: prima siamo rimasti a corto di benzina, poi ci sono stati la Thatcher, le tasse e gli Spandau Ballet». Mike Myers è il re dei comici che non necessariamente (o meglio raramente) fanno ridere, ma certo impongono un loro crudo stile. |
| il Giornale (9/25/1999) Massimo Bertarelli Al cospetto di Mike Myers, il nuovo comico di culto in America, Er Piotta sembra monsignor Della Casa redivivo, Umberto Bossi potrebbe tranquillamente insegnare bon ton alla Sorbona e Tinto Brass tenere conferenze in Vaticano. Mai sentito nulla di simile, per lo meno in una commedia: il glorioso generale Cambronne, continuamente evocato, avrebbe tutti i diritti di chiedere i danni per plagio. Un insistito ricorso alla scatologia e ai suoi immediati dintorni destinato a provocare più imbarazzo che risate; poverette le nonne che si faranno convincere dai nipotini: non basteranno i sali per farle rinvenire. La storia è presto detta. Il protagonista, Austin Powers, deficiente patentato con spessi occhiali, denti sporgenti e osceno vello posticcio sul petto, è in guerra aperta con il dottor Male (sempre Mike Myers con cicatrice sul volto e pelata alla Yul Brinner) che, dopo avergli rubato la sua prodigiosa energia sessuale, intende conquistare il mondo. La trama, a grandi linee, è tutta qui. Nel contorno che mette a disagio il vostro scrupoloso cronista, sguazzano in ordine sparso due signorine che si chiamano rispettivamente Ivona Pompilova («È un nome o mi invito?») e Felicity Ladà, che si comportano con una disinvoltura adeguata ai rispettivi biglietti da visita e un tal Ciccio Bastardo, che colto da impellente bisogno, si libera nel modo più prevedibile della microspia che gli era stata depositata con destrezza, facile indovinare dove. Il che consente al distratto protagonista di scambiare per caffè il liquame recuperato dai servizi segreti. Ogni pretesto è buono per battutacce che sarebbero severamente vietate in qualsiasi caserma. Eccovi l'unica riferibile, che tra parentesi è anche la meno scema: «Tu fumi dopo?» chiede la bella Liz Hurley presente in un'apparizione lampo, a Mike Myers spaparanzato sul letto, e lui pronto: «Non me ne sono mai accorto». Insomma, una parodia così sbracata di 007 da far venire l'orticaria a Franchi e Ingrassia, indimenticabili interpreti di Due mafiosi contro Goldginger e di 002 agenti segretissimi, cui si deve chiedere scusa per l'accostamento a un guitto di così infimo livello. A proposito di James Bond, anche la bionda Heather Graham esce dalla spiaggia con un bikini bianco assi simile a quello che indossava Ursula Andress in 007 Licenza di uccidere, ma Sean Connery, al massimo, la assumerebbe come colf. Il tutto è condito da una musica martellante, che però è sinfonia di violini se paragonata ai dialoghi. E adesso, per favore, guai a chi parla ancora male di Alvaro Vitali, un vero titano dell'umorismo britannico. Cosa aspetta Elisabetta a farlo baronetto? |
| Film TV (10/5/1999) Enrico Magrelli Austin Powers, nel secondo e sfrenato capitolo della sua vita cinematografica, conferma la sua straordinaria natura di "idiota". Le mode, il linguaggio, i colori, i suoni, le musiche, i tic verbali, le esperienze e le intelligenze sono frammenti di un meteorite temporale che ha colpito la Terra dopo aver vagato tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta. Questo impatto non provoca una catastrofe, ma genera un caleidoscopio smodato, un paradosso temporale, una vertigine di volgarità meditata, un'overdose di comicità in cui Peter Sellers danza con i fratelli Marx, l'incontinenza fisiologica e verbale di John Belushi sposa la poetica figurativa di Richard Lester. La tecnologia e l'estetica "povera ma bella" dei 007, il filone avventuroso allevato dal Cinemascope, la memoria necessaria del pop incorniciano lo sdoppiamento decerebrato dell'agente segreto e del suo rivale, il Dottor Male, il delirio fecale di Ciccio Bastardo e le forme prorompenti di Ivona Pompilova, la bellezza di Felicity Ladà e la simpatia freak di Mini-me, la follia di comprimari e ospiti (Elvis Costello, Burt Bacharach, Tim Robbins, Robert Wagner, Woody Harrelson). Il mondo salvato dalla stupidità, dal kitsch e dalla leggerezza di tutto ciò che è sexy. |
| Sette (9/23/1999) Claudio Carabba A volte ritornano: Austin Powers 2, detto anche La spia che ci provava (suonava meglio «008 la spia che mi ha sedotto») negli Usa ha superato i duecento milioni di dollari (capita). Impegnato nella doppia parte del dentone Austin e del perfido «dottor Male», Mike Myers si scatena in viaggi temporali e assalti erotici (Graham Heater è la bionda del cuore) alla ricerca della formula del «Maipiùmoscio». Fra sensi raddoppiati in un clima molto fallico, Austin 2 é pieno di citazioni del cinema del passato, cucinate alla diavola da Jay Roach. Altro che demenziale, forse il suo vizio è l'eccesso di erudizione. |
| Ciak (11/1/1999) Valerio Guslandi Avvertenza per l'uso: prima di "ingerirlo" consigliamo di vedere l'episodio precedente Austin Powers il controspione. Questo secondo capitolo infatti, nulla aggiunge di nuovo (a parte le consulenze di Elio e le Storie Tese per l'edizione italiana, e il doppiaggio di Massimo Lopez) alla precedente avventura dell'agente segreto Powers, alias Mike Myers. Anzi l'originale funzionava meglio. Battute e gag più o meno volgari, ma tutto sommato goliardiche, sono affastellate l'una sull'altra senza una vera idea di sceneggiatura e il ritmo spento sgonfia anche l'effetto delle poche parentesi ben riuscite. |