Batman & Robin
Corriere della Sera (8/29/1997)
Maurizio Porro

Gli immortali eroi volanti Batman e Robin, il capo e il suo assistente, nel quarto episodio della fortunata serie di film ad alto budget e alto gadget, tratta dal fumetto di Bob Kane nato in America nel maggio del '31 ed entrato nell'immaginario tv anni '60, si fanno scenate di gelosia come Liz e Burton in Virginia Woolf, guardandosi negli occhi languidi. Chiacchierati da sempre, come Watson e Sherlock Holmes, nel sontuoso film di Joel Schumacher i due raddrizzator di torti litigano perché entrambi vorrebbero arrivare primi ad essere baciati dalla voluttuosa Poison Ivy, la figlia dei fiori che ha le labbra avvelenate. E poiché Batman lo capisce subito, resta l'allocco Robin a sospirare per questa cattiva Uma Thurman che lo invita nel suo fatale giardino carnivoro post liberty, ripudiando addirittura l'amico come in un dramma della gelosia che la sceneggiatura metaforizza nel rapporto padre figlio. Insomma, sotto la bat-corazza, dove si disegnano bene i capezzoli virili, battono due cuori in attesa di un ménage a tre. «Fino ad oggi ho vissuto nell'ombra di Batman» dice l'attore Chris O'Donnell-Robin, «ma ora il personaggio acquista importanza e consapevolezza». Senza contare il fedele e distinto maggiordomo, scapolo e paterno, di Bruce Wayne, il nome di Batman in borghese. Capitolo di un cinema serializzato, appunto come i fumetti, dove in ogni momento esplode con rimbombo qualunque cosa, Batman e Robin appartiene al cinema degli effetti molto speciali che va di moda da quando Hollywood ha deciso che dobbiamo regredire tutti all'incultura media di un teenager americano. Un cinema molto spettacolare e talvolta divertente, ma quasi privo di parola e, nel caso di Batman, del tutto scoperto anche sui raccordi narrativi: giacché il film ha la struttura ad episodi e racconta in modo tecnicamente raffinato situazioni e personaggi molto infantili, dove una manichea lotta tra Bene e Male termina con un fuoco artificiale di trucchi e botti che obbliga a bocca aperta il pubblico fanciullino. Il quale ammirerà, con piena ragione, gli optional del kolossal, tra cui non possiamo annoverare la monosillabica sceneggiatura di Akiva Goldsman, bensì le fantasie scenografiche di Barbara Ling, che per la sua maestosa Gotham City giura di essersi ispirata ai costruttivisti russi e all'art noveau, e tutti gli altri giocattoloni: il museo alto 20 e lungo 60 metri, un lungo ponte dove gareggiano le moto in una scena alla Gioventù bruciata, la bat-mobile, la Freezemobile, la bat-caverna, il bat-laser, il bat-chiodo, eccetera eccetera coniugando la moda del merchandising americano con il tenebroso mondo del Male sepolto nell'inconscio cinematografico che fu. Ma la parte migliore è sempre del cattivo. E così, se il nuovo Batman ha il volto aperto e simpatico di un George Clooney quasi invisibile (ma chi lo conosce per la serie di E.R. in tv lo candida a nuovo e stabile sex symbol quarantenne), il nuovo perfido, che viene dopo il joker Nicholson, il pinguino De Vito, l'enigmista Jim Carrey e Tommy Lee Jones, è un Arnold Schwarzenegger rasato e metallico che all'inizio somiglia un poco a Villaggio. E che, per il modico compenso di 25 milioni di dollari, cambia 20 costumi corazzati e argentati da maligna soubrette e ne sopporta uno che pesa ventun chili facendo finta di nulla: talvolta la mancanza di espressività ha anche i suoi lati belli. Ma bisogna capirlo, deve proprio essere glaciale. Si scopre poi che è un ex medico premio Nobel torturato dal pensiero della moglie malata e che per vendicarsi del mondo lo vuole congelare tutto quanto, anche il cane che fa pipì, avvalendosi del potere di un maxi diamante: le sue mitragliate di freezer sono scenograficamente divertenti, specie d'estate. Questo Batman on the rocks, al ghiaccio, volante sulle tavole da surf, nonostante l'assenza totale di preoccupazioni logico-narrative (Lui contro il Caos), almeno ha il pregio di un fantastico apparato visivo, capace in parte di stordire chi pretenderebbe anche altro. Ma non è, come scrive il troppo severo Ciak, il «colpo di sonno» del mese: sempre regredendo, si possono trovare spunti felici, mentre la teoria del look diventa predominante, servendo sullo schermo (meglio se quello della multisala Arcadia di Melzo) un involucro architettonico gotico misto di statue, armature, incubi vari, mentre Uma Thurman uccide col pollice verde per vendicare la Natura. Tra volate surreali, agganci improbabili, città che passano al freezer con effetto immediato e diamanti che passano di mano in mano (ma i trucchi digitali e gli impegni delle star obbligano gli attori a recitare da soli con oggetti inanimati), nessuno ha avuto il colpo di humour di mettere nella colonna sonora Diamonds are the girls' best friends, i diamanti sono i migliori amici delle ragazze, cantata da Marilyn.
la Repubblica (8/30/1997)
Roberto Nepoti

E' vero che il cinema non si fa con i "se", però bisogna pur dirlo: se lo avesse diretto Tim Burton, Batman & Robin sarebbe un bellissimo film. In questo quarto episodio c'era, in potenza, pane per i denti di Tim, che nei primi due aveva trasformato la saga dell'uomo-pipistrello in un'opera al nero: in particolare il personaggio di Mr. Freeze, il biologo molecolare dal cuore gelato per la morte della moglie, e l'amore impossibile che prova per lui l'altra cattiva della storia, Poison Ivy, avevano tutti i requisiti per ispirare la poesia malinconica del regista. Invece il suo successore Joel Schumacher, l'uomo del ribaltone stilistico perpetrato alla terza puntata (e che sta già preparando la quinta) ha fatto esattamente l'opposto. Il soggetto è ridotto al suo schema essenziale, sempre lo stesso: dei supercriminali vogliono impadronirsi di Gotham City; fortunatamente Batman è lì per impedirlo. Ieri erano il Jolly, il Pinguino e Catwoman, l'Enigmista e Due-Facce; oggi sono Mr. Freeze (Arnold Schwarzenegger), genio malvagio della refrigerazione a metà strada fra Terminator e un frigorifero, e la strega ambientalista Poison Ivy (Uma Thurman), altra scienziata convertita al male e dotata di bacio velenoso. Frattanto il crociato della giustizia ha rafforzato gli organici: al suo assistente Robin (Chris O' Donnell), entrato nel penultimo episodio, si aggiunge la nipote del maggiordomo di Bruce Wayne/Batman, nome d'arte Batgirl (Alicia Silverstone). Fatto onore al principio della pari opportunità, Schumacher non si preoccupa di sfruttare le suggestioni implicite nell'universo batmaniano, strano mondo schizoide dove chiunque, buono o cattivo, ha una doppia personalità e dove si ridisegnano, in modo sovente anticipatorio, i contorni del microcosmo familiare. Quel che è più singolare, il regista sembra accordare poca fiducia al suo manipolo di super-eroi. Invece di approfondirne i caratteri o di valorizzarne le performance, si affida incondizionatamente alle risorse della scenografia, dell'inquadratura e del montaggio. Le scene faraoniche di Gotham City, con le loro memorie cubo-futuriste, sono inquadrate dall'occhio di una macchina da presa isterica, che riempie ogni angolo dello schermo mentre, ossessionata dall' orrore del vuoto, si sforza di cancellare il più piccolo "tempo morto". Oltre che di valorizzare gli 80 milioni di dollari investiti nella produzione dalla Warner Bros per finanziare - oltre al resto - 450 effetti speciali, costumi straordinariamente sofisticati (quelli di Mister Freeze sono realizzati da un esperto di armature), Batmobile e altri veicoli da striscia a fumetti. Tra i quattro episodi della serie Batman & Robin è senza dubbio quello che ha lo stile visivo più "comic book": ma lo sforzo continuo di rappresentare l' universo iconografico dei fumetti, dinamizzandolo in termini cinematografici, finisce per sommergere i personaggi. La prima vittima di una messa in scena così rutilante da diventare superficiale per smania di efficacia è Batman III, ovvero George Clooney, che indossa il costume dell'uomo-pipistrello dopo Michael Keaton e Val Kilmer. Buona scelta quella di Clooney, non solo perché il bel George è un attore che fa tendenza, ma anche per la sua energia sognante, che lo rende più adatto dei predecessori a rappresentare un eroe della fantasy. Salvo che, in tanta sovrabbondanza, Batman & Robin sacrifica proprio il personaggio principale, inesistente in sceneggiatura e costretto ad accontentarsi di qualche brandello di dialogo. Messo in panchina Batman, il vero eroe dell'episodio diventa Schwarzie: sarà surgelato, ma i momenti di emozione non puramente coreografica toccano proprio a lui.
Ciak (9/1/1997)
Andrea Ferrari

Può darsi che chi scrive sia spettatore di rara ottusità, del tutto incapace di cogliere le innovazioni formali imposte ai canoni del linguaggio cinematografico del regista Joel Schumacher; e che i ritmi sincopati, le battute telegrafiche e le telluriche sonorità di questo Batman & Robin aprano in realtà la via ad un metacinema virtuale e stroboscopico, esclusivamente fatto di vertiginosi e velocissimi flash visuali. Per il momento però il film di Schumacher appare soltanto come il prodotto gonfiato oltremisura dagli estrogeni produttivi di una industria impazzita, il parto malato di una corsa al gigantismo ipertecnologico i cui eccessi sensoriali non riescono a celare un vuoto pneumatico d'idee e di sentimenti: svanite ormai da tempo le malinconiche psicosi del personaggio di Tim Burton, ci restano personaggi di imbarazzante bidimensionalità, appiattiti da battute vuote, schiacciati da maschere e scenografie immense e iperbarocche. L'ironia regalata al suo giustiziere da un Clooney sottoutilizzato non riesce a sollevare il tono del film, anche se vanno riconosciuti ad Arnold Schwarzenegger e ad Uma Thurman meriti di non comune prestanza scenica (soprattutto alla seconda toccano le sequenze più godibili, tra cui un'entrata in scena con coreografie alla Berkeley e annessa citazione da Venere bionda). Curiosamente, tuttavia, i ritmi drogati del film, le cromie lisergiche ed eccessive, la vorticosa ed insensata spettacolarità dei suoi inseguimenti e i livelli sonori ai limiti del sopportabile finiscono con l'indurre in chi subisce il film - e ad esso in ultima analisi non partecipa - uno stupore anestetico, una atarassia emotiva che ne rispecchia la vacuità. Non è più cinema, questo, allora: ma soltanto un fragore indifferenziato e stordente, un clamore discordante che si va via via facendo più indistinto, più ovattato, più lontano. Un sogno inutile, che svanisce in fretta, senza lasciare nulla dietro di sé.
Film TV (9/1/1998)
Emanuela Martini

D'accordo, sappiamo tutti che Joel Schumacher non è Tim Burton, che per il primo le avventure di Batman nella terra fantasmagorica non sono, come per il secondo, occasioni per incursioni gotiche nei deserti miracolosi dell'inconscio. Ma almeno, nel precedente "Batman Forever", Schumacher si limitava a "fare il compitino", seguendo le tracce di Burton ("Batman" e "Batman, il ritorno"), buttando via il cattivo Tommy Lee Jones e lasciando invece libera la creatività schizzata di Jim Carrey. In questo "Batman & Robin" fa di peggio: modifica in chiave barocca la straordinaria struttura gotica della Gotham City di Burton, riduce il supereoe (interpretato dal bello emergente di Hollywood George Clooney) e i cattivi Mr. Freeze di Schwarzenegger e Poison Ivy di Uma Thurman all'unidimensionalità dei personaggi di carta, passa dal noir grottesco di Burton a un action fracassone in chiave comica, invece di inventare cita (di tutto, di più: si va da Marlene Dietrich in "Venere bionda" a "The Black Cat" di Ulmer). Petulante il Robin di Chris O'Donnell, patatona la Batgirl di Alicia Silverstone. Rumoroso e noioso.
Sole 24 Ore (9/9/1997)
Roberto Escobar

George Clooney non è Michael Keaton. Appetitosa come una papaya matura, tuttavia Uma Thurman non è Michelle Pfeiffer, ammaliante come una luce in un abisso scuro. Arnold Schwarzenegger non è Jack Nicholson o Danny De Vito… Insomma, Batman & Robin (Usa, 1997) non è Batman (1989) né, men che meno, Batman – Il ritorno (1992). In questo quinto film dedicato al pipistrello di Gotham City – il primo fu girato nel ’66 da Leslie H. Martinson – di Tim Burton non è rimasta traccia, e non solo nel senso che il suo nome non figura più nel cast, neppure alla voce produced by, come ancora accadeva per Batman Forever (Schumacher, 1995). Quello di cui soprattutto si soffre la mancanza è il suo mondo inquietante e ironico di mostri, il suo sguardo che viene dal sottosuolo, la sua predilezione per i "luoghi incerti" dell’anima, in equilibrio instabile fra abiezione e grandezza, tenebre e bagliori, malvagità e amore, idiozia e genialità. Dunque, George Clooney non è Michael Keaton. Ossia: il suo Batman è ormai ridotto a un noiosissimo stramiliardario un po’ viziato ma molto per bene e colmo di ottimi sentimenti, per quanto propenso a malinconie e abiti funerei (in merito alle simpatie omosessuali per Robin, ne è stato rimosso ogni sospetto, come già in Batman Forever). Di questo piccolo disastro, naturalmente, non è responsabile solo la sua faccia da cagnone buono, dolce e scodinzolante (soprattutto con le signore). Il guasto è già in sceneggiatura, cioè proprio nelle teste di Akiva Goldsman e Christopher McQuarry, oltre che in quella dello stesso Schumacher. Anche il Batman di Keaton non brillava, neppure nella penombra della batcaverna, per capacità d’immaginazione e vivacità cerebrale. Ma così doveva essere. Non era lui, infatti, l’eroe di Burton. E come sarebbe mai stato possibile? Dentro la rigidità della sua ridicola tenuta da topone culturista e con le ali era imprigionata e negata ogni immaginazione e vivacità. Anche lui abitatore di quei tali luoghi incerti, dunque anche lui potenzialmente mostruoso, tuttavia non aveva il coraggio e la fantasia necessari per diventarlo davvero. Insomma, s’era rinchiuso da sé nella sua prigione di bontà testarda e invadente, allo scopo di difendere se stesso da se stesso, molto più che Gotham City dal Joker, dal Pinguino e da Catwoman (con l’effetto, come si sa, d’instaurare una sua tutela paranoico-paternalistica sulla città, una specie di totalitarismo educato e morbido). D’altra parte, un segnale e un sintomo del disordine emotivo originario e dell’ambiguità psichica persistente e nascosta gli restavano addosso, evidenti in quella sua faccia per il resto da giuggiolone e tanto anonima. Con i sopraccigli che puntavano all’insù, lo sguardo di Batman/Keaton era luciferino, pungente, grandiosamente malvagio: una vera e propria via di fuga dalla banalità delle strade e delle case della metropoli, giù verso il caos di vita e di morte del sottosuolo. Era questo il fascino di Batman e, ancor più, di Batman – Il ritorno: questa ineliminabile contiguità fra il pipistrellone che svolazzava in mantello e mutande e i criminali folli. Combattendoli, combatteva se stesso. C’era, tra lui e loro, qualcosa che somigliava a un guardarsi allo specchio, per quanto poi insistesse a negare le immagini mostruose che ne venivano. Gli eroi veri di Burton, appunto, stavano tutti nelle luci e nelle ombre di quello specchio: nella vitalità esasperata e parossistica del Joker (Nicholson), nell’eros mortale di Catwoman (Pfeiffer), nel satanico desiderio d’affetto del Pinguino (De Vito). Capitava così che, in platea, il nostro sguardo spaesato godesse l’effetto perturbante di ritrovarsi contemporaneamente dentro la rigidità morale di Batman e in balìa gioiosa del disordine amorale dei suoi nemici. E ora? Ora ci tocca d’accontentarci di Mr. Freeze (un volonteroso ma spento Schwarzenegger), che dovrebbe avere il cuore di ghiaccio ma poi crolla e s’immeschinisce rivelandosi un qualunque buon diavolo, romantico innamorato pronto a gesti d’umana solidarietà. Quanto a Poison Ivy, per quanto stuzzicante anche in versione similvegetale e tossica, la Thurman non riesce a darle la malìa misteriosa e letale che proprio le servirebbe. Entrambi finiscono così per opporsi frontalmente a Batman, come quel che è solo malvagio s’oppone frontalmente a quel che è solo buono. Non c’è effetto perturbante, non c’è spaesamento dello sguardo, in questo giocattolone, in questo filmone edificante ed economicamente redditizio intitolato Batman & Robin. Ci son solo chiasso acustico e visivo, sfarzo scenografico, piccole furbizie di sceneggiatura (l’inserimento di Batgirl) e di dialogo (qualche intellettualismo di seconda mano a proposito della morte) e, alla lunga, una banalissima noia. Joel Schumacher non è Tim Burton, purtroppo.